domenica 13 dicembre 2009

Prova ad incontrare i tre spiriti


Se non avete ancora visto "A Christmas Carol" al cinema dovete andare a vederlo: e non solo per gli effetti speciali, ma per il contenuto. Il Film è tratto dalla novella di Dickens, per cui è denso di significati. Un vecchio misantropo ed avaro ha l'opportunità di incontrare tre spiriti: quello del passato, quello del presente e quello del futuro. Che lo proiettano nei rispettivi tempi, mostrandogli se stesso e facendolo così riflettere sul senso della vita. I tre spiriti cambieranno il vecchietto.

Così, abbiamo anche noi una formula importante per il cambiamento. Incontrare i tre spiriti è semplice, basta riflettere su passato, presente e futuro. Ma è importante che lo si faccia bene. Guardiamo come agiscono i tre spiriti di Dickens.

Lo spirito del passato fa vedere di noi stessi le cose belle, le capacità, le sensibilità. Quelle che adesso sono perse ma che un tempo c'erano. E se c'erano un tempo si possono riattivare, perché non sono scomparse ma nascoste da qualche parte.

Lo spirito del presente fa vedere qual è l'effetto sugli altri del nostro comportamento, in modo che noi siamo consapevoli di ciò che provochiamo di negativo, anche se gli altri non ce lo dicono.

Lo spirito del futuro ci fa vedere la nostra morte, per ricordarci che inevitabilmente arriverà e che stiamo dedicando troppe energie alle cose sbagliate, invece che dedicarle alle persone giuste.

Prova anche tu ad incontrare gli spiriti. Chiediti:

- Quali qualità e sensibilità avevo da piccolo che oggi non ho e posso riacquisire?
- Qual è l'effetto sugli altri del mio attuale stile di vita e del mio comportamento?
- Se dovessi morire ora, cosa giudicherei inutile e cosa invece considererei veramente importante per la mia vita?

I tre spiriti di Dickens non sbagliano. Se riuscirai a dare le risposte giuste, potrai cambiare qualcosa di te stesso, anche senza vivere gli incubi del protagonista della storia... che forse non lo hai capito, ma sei proprio tu.

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lunedì 7 dicembre 2009

Il tuo disagio parla di te


Siamo seduti in una posizione scomoda. siamo appena usciti di casa e ci ricordiamo di avere dimenticato le chiavi, per cui dobbiamo tornare indietro. C'e' un cane che abbaia e non riusciamo a dormire. Un capo rigido. Un collega che parla troppo di se stesso. Un politico alla televisione che ci provoca irritazione. Quante volte proviamo situazioni di disagio? Centinaia. Ma cosa facciamo quando le proviamo? Nella maggior parte, se non nella totalita' dei casi, ce la prendiamo con quella che riteniamo la fonte del disagio. E cioe' il disordine di casa, il capo, il cane, il collega...
Per la prossima volta che proverai un disagio, ti propongo una strada diversa. Non cercare di prendertela con quella che ritieni la causa. Stai sul disagio. Trattienilo un attimo. Concentrati su cio' che provi. Decodificane le emozioni, anche se negative. Riconoscine le sensazioni fisiologiche. Trattienile per un po'.
Guarda il tuo disagio e ascoltalo: esso parla di te. Ti dice qualcosa che vale la pena che tu sappia. Ti potrebbe dire molte cose diverse: per esempio che tendi troppo ed inutilmente alla perfezione, o che hai paura che ti passino davanti, o che ti perdi in piccole cose. O che stai dando troppa importanza a qualcosa che ne merita di meno. Osservando il disagio invece di scaricarlo all'esterno, conoscerai meglio te stesso. Ma non solo. Vedrai, se riuscirai a stare sul disagio, accadra' qualcosa di paradossale: il disagio scomparira'.

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domenica 8 novembre 2009

Mind Fitness

Se ogni tanto ti capita di avere qualche vuoto di memoria, tipo non ricordare il nome di un attore o dove hai messo le chiavi della macchina, questo post è fatto su misura per te.

Tra i 40 ed i 50 anni, ma secondo alcune ricerche a partire dai 30 anni, il cervello perde di plasticità. Il sintomo più evidente è la perdita di memoria ed è del tutto normale. A lungo si è pensato che il cervello fosse destinato ad una degenerazione irreversibile, ma non è così. E' possibile non solo tenere il cervello allenato, ma perfino farlo evolvere.

E' stato infatti dimostrato che negli esseri umani adulti possono nascere cellule cerebrali nuove. Infatti l'invecchiamento del cervello non è dovuto alla morte di cellule nervose, ma alla riduzione del numero dei "dendriti", ovvero dei loro prolungamenti, che assicurano il passaggio delle informazioni. Con l'età e l'abitudine tendiamo ad automatizzare molte funzioni, per cui i dendriti tendono ad atrofizzarsi. Ma il cervello può produrre nuovi dendriti. In che modo? Forzando il cervello a rispondere a stimoli nuovi e situazioni nuove.

La "neurobica" è proprio il campo di studi che mette a punto le varie modalità con cui possiamo spingere il cervello a costruire nuove connessioni e pertanto a renderlo più plastico. Il concetto è semplice: poiché i dendriti si atrofizzano quando i gesti sono automatizzati e abitudinari, essi si generano quando sono nuovi. Da qui una serie di consigli come, ad esempio: lavarsi i denti con la mano sinistra, fare la doccia ad occhi chiusi dopo avere memorizzato bene la posizione degli oggetti, guidare con i guanti, cambiare percorso, camminare invece di andare in auto, fare colazione con alimenti diversi dal solito. Insomma, gran parte degli argomenti di Think Fresh sono anche argomenti di neurobica.

Il mio amico Zewale Rovesta ha aperto un gruppo di discussione su Facebook "Brain Gym+Neurobica=fitness della mente! Cambiar stile di vita divertendosi". Da non perdere, come il libro di Katz e Rubin "Fitness della mente", edizioni Red. se vi va di tenere il vostro cervello in forma!

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Links

Il gruppo di discussione di Zewale: http://www.facebook.jp/group.php?gid=92703373487

Il libro di Katz e Rubin: http://www.scribd.com/doc/19035306/FITNESS-DELLA-MENTE-per-migliorare-la-memoria-e-sviluppare-la-fantasia

domenica 1 novembre 2009

Enjoy Complaining! (instant leadership #1)


Ma come? Nell'ultimo post non avevamo detto di farla finita con le lamentele? E adesso allora perché stiamo dicendo di amarle?

Facciamo una piccola premessa: questo è il primo dei post "instant leadership". Molto spesso mi si richiedono consigli su come migliorare la propria leadership, ed allora ecco l'idea di dare qualche suggerimento semplice e potente. Ecco il primo.

Per aumentare la tua leadership non devi fare altro che amare le lamentele, ma quelle degli altri, non le tue. Per le tue valgono le cose dette in "stop complaining". Per quelle degli altri invece valgono comportamenti come l'ascolto, la condivisione del disagio, lo stimolo a concentrarsi su ciò che va bene, il supporto a risolvere la situazione.

Prova a pensarci: se qualcuno si lamenta con te, ti sta riconoscendo una leadership. Infatti:

  • nessuno si lamenta se non ha un minimo di speranza di cambiare le cose
  • nessuno si lamenta con chi percepisce inutile per cambiare le cose
  • nessuno si lamenta di cose che non vorrebbe cambiare.
Ecco perché alla persona con cui ci si lamenta viene attribuita contemporaneamente una leadership.

Gli esseri umani si comportano sempre con una logica, che sia giusta o sbagliata. E la logica della lamentela prevede che ci si scarichi con la persona più rassicurante su cui si può indirizzare un messaggio per poter vedere risolto un problema. E' tua la scelta: se qualcuno si lamenta con te, puoi mandarlo via infastidito. Ma poi non lamentarti del fatto di non avere leadership. Puoi ascoltarlo, dargli ragione e liquidarlo. Ma poi non lamentarti del fatto che non ti riconoscono leadership. Oppure puoi ascoltarlo, indirizzarlo, supportarlo. Ma poi non lamentarti del fatto che tutti vengono da te a lamentarsi quando tu non hai nessuno con cui farlo.

Perché quella è la leadership.


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domenica 18 ottobre 2009

Stop Complaining!

Si, lo so, questa immagine è un po' diversa dalle altre... E anche il post per la prima volta invece di spingere a liberare energia, ti dice di limitare qualcosa. Ma ne vale la pena. Ti sto proponendo di limitare, anzi eliminare la lamentela.

La lamentela è uno dei più grossi orientamenti all'insuccesso, per cui eliminarla significa automaticamente orientarsi al successo.

In un nuovissimo training sul self empowerment ho inserito tutta una parte sui danni della lamentela. Eccola qui di seguito, in sintesi.

I danni della lamentela

  • La lamentela distoglie la nostra energia dalla ricerca di soluzioni
  • La lamentela è contagiosa: aumenta la probabilità che anche gli altri si lamentino
  • La lamentela intacca la positività personale: fa vedere brutte anche le altre cose
  • La lamentela fa peggiorare il clima ed abbassare la felicità
  • La lamentela ci fa percepire negativi e fa allontanare gli altri da noi
  • La lamentela è una dichiarazione di impotenza: ci si lamenta quando non si riesce ad agire
  • La lamentela è un alibi: più ci si lamenta, più si auto-giustificati nel non fare nulla.
Prova a smettere di lamentarti, la tua vita e quella degli altri migliorerà

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giovedì 8 ottobre 2009

Il reset emozionale

questo è un potentissimo esercizio che ti permetterà di dare equilibrio e controllo ai tuoi stati emotivi.

Da fare nel proprio letto, prima di addormentarsi. Il primo passo è sintonizzarsi sull'emozione prevalente della giornata. Per esempio, se ci hanno fatto molto arrabbiare pensiamo: "rabbia" e rievochiamo quella emozione. Non sarà difficile, perché ci accorgeremo di averne già le sensazioni fisiologiche. Concentriamoci su di esse. Sentiamo i muscoli dello stomaco che si contraggono, la tensione del torace. Questa e la partenza. Poi via con il reset emozionale. Evochiamo un'altra emozione, quella che che ci viene in mente, in modo casuale, bella o brutta che sia. Esempio: "Stupore". Sentiremo come cambia lo stato fisiologico e muscolare. Poi, raggiunta la dimensione dello stupore, possiamo pensare: "Perplessità". E accompagneremo lo stato fisiologico per poterla riprodurre a livello emotivo. Poi "Curiosità"; "Gioia"; "Dubbio"; "Soddisfazione". E via via sentiremo le sensazioni correlate.

Vedrai come diventerai capace di passare facilmente da uno stato emotivo all'altro. Ricordati che devi agire sulle sensazioni corporee per riprodurlo. Puoi facilitare l'attivazione fisiologica con qualche immagine mentale, ma liberatene subito per concentrarti sul corpo.

Ti accorgerai degli straordinari benefici di questo esercizio. Il primo è la possibilità di addormentarsi prima e più serenamente, soprattutto dopo una giornata tesa. Poi, durante il giorno, noterai un forte miglioramento dell'autocontrollo. Si, perché con questa pratica ti renderai conto di poter attivare lo stato emotivo che vuoi tu, senza subirlo. Se, per esempio, ti faranno arrabbiare, riconoscerai subito le sensazioni della rabbia. E solo pensando "serenità" o "concentrazione" attiverai lo stato che più si addice a quella situazione. La rabbia scomparirà o per lo meno si ridurrà, e la situazione sarà di nuovo sotto il tuo controllo.

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lunedì 17 agosto 2009

Fantasticare è una cosa seria

Tempo d'estate, ci si rilassa e questo di solito accende la fantasia, le emozioni, i sogni.

Chissà quante volte ti sei trovato a dire frasi come: "come sarebbe bello se..."; "se avessi.. farei...". Chissà quante volte ti sei trovato a fantasticare. Solo che forse non sai una cosa: fantasticare è una cosa seria.

La prossima volta prova ad esprimere le tue fantasticherie, qualunque esse siano, eliminando i "se", i condizionali, i periodi ipotetici. Esprimile come se fosse certo che si realizzeranno. Esempio: non "se avessi.. farei.." ma "quando avrò... farò". Descrivi con certezza ciò che fari e come ti sentirai quando entrerai in possesso di ciò su cui stai fantasticando. Esprimi il tuo entusiasmo. Ragiona come se ciò che desideri si fosse già realizzato.

Arriveranno alla tua mente messaggi più consistenti, dotati di un piano di realtà molto più elevato. E la tua mente si predisporrà per lavorare in modo attivo per far accadere ciò che fino a quel momento stava solo nella fantasia.

Ma attenzione: ciò che hai fantasticato può veramente realizzarsi! Diamoci appuntamento fra un anno su questo blog, per raccontarci se si sono avverate le cose che abbiamo fantasticato oggi. Io ci sarò con le mie fantasticherie, promesso!!!!!!

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sabato 1 agosto 2009

Think Fresh, Think Small!



Sono arrivato da qualche giorno negli Stati Uniti e dal primo, solito giro in libreria, ho subito notato una novità, quest'anno. Nel giro di pochissimo tempo sono usciti almeno tre libri su uno stesso identico tema: fare di meno, ridurre.

Eccoli qui: Less: Accomplishing More by Doing Less, di

Tutti sostanzialmente dicono la stessa cosa: è finito il momento di esagerare. Mi ha colpito il fatto che questi titoli svettassero in primo piano nello scaffale del settore business, mentre alcuni best seller tipo "Trump: pensa da Milionario" (il cui motto è "think large, live great") fossero finiti in fondo, quasi al margine, scartati.

E' finito il tempo del "Think Big". Ora è il momento del "Think Small".
Perché pensare piccolo? Perché non è più il momento di sprecare risorse ed energie. Personali, ambientali, umane. E' il momento di eliminare l'inutile, arrivare all'essenziale, al pratico. E' il momento di eliminare ciò che è pura appa
renza per privilegiare la sostanza.

Ridurre significa risparmiare energie, soldi, inquinamento. Con un vantaggio per se stessi e per gli altri.

Ma cosa vuol dire pensare "small"? Vi risparmio di leggere i libri, anche perché
dubito che verranno pubblicati in Italia. Si può pensare small per qualsiasi aspetto della nostra vita: basta ridurre dove prima avremmo inutilmente abbondato. Per esempio, secondo Leo Babauta si possono rendere più semplici: le e-mail (testi più corti), l'utilizzo di internet (limitarsi il tempo, lavorare scollegati), i compiti quotidiani (darsi obiettivi semplici, scomporre in risultati facilmente raggiungibili).

Ma dopotutto la risposta pratica non va cercata nei libri che in sé dicono poco, perché è il concetto ad essere forte: si è aperta una nuova era : quella che privilegia la semplicità e va all'essenziale.


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martedì 28 luglio 2009

L'arte di porsi ostacoli

Sono andato a Roma per motivi di lavoro. A Fiumicino potevo prendere un taxi ed arrivare in albergo senza problemi... troppo facile. Mi sono guardato in giro per vedere era possibile prendere il treno per la città. Dopo un po' di giri (girare dietro, salire, rigirare, ecc.) sono arrivato alla stazione interna. Svettava un bel cartello: biglietti per treno diretto a Termini. Troppo facile. Vediamo se c'è i meglio. Ecco lì: treno che fa fermata intermedia a Laurentina, dove c'è il metrò. Costa pure la metà e parte prima. A Laurentina però il metrò non è vicino e bisogna fare un pezzo a piedi. Da lì sono cinque fermate. Scendo in una piazza animata e non mi oriento. Un carabiniere mi presta una mappa e in cinque minuti sono in albergo.

Perché fare tutto questo, se con facilità potevo prendere un taxi? Ero pure spesato dall'azienda cliente! Risposta: perché sarebbe stato troppo facile. e invece mi sono posto degli ostacoli, per vedere se e come sarei riuscito a superarli.

Bisogna allenarsi a superare gli ostacoli. Io lo faccio spesso. Allenarsi a superare ostacoli piccoli ci abitua ad avere la resistenza necessaria e la giusta mentalità a superare quelli più grandi. Ci aiuta a sviluppare una particolare forma di tenacia, chiamata "resilienza". Si, cercare difficoltà quando si potrebbe seguire la via semplice ci impedisce di rilassarci, di sederci. L'errore più grosso che possiamo fare è cercare di renderci la vita facile nelle cose poco complesse (ammesso che girare con i mezzi pubblici lo siano!) per preservare le energie per quelle difficili. Sbagliato. Se ci abituiamo a cercare la strada più comoda, nelle difficoltà tenderemo ad abbandonare il campo.

Rifuggi dal "troppo facile", ogni tanto. Sfidati a superare degli ostacoli. Sarai pronto ad affrontare e risolvere le rogne più grosse.

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domenica 28 giugno 2009

Come riempi il bicchiere?

Come riempi il bicchiere? Come accendi il computer? Come apri la finestra? Come sposti un oggetto? Potrei andare avanti fino all'infinito, per cui la domanda è: come fai le cose? E' una domanda importante, perché nel nostro tempo noi "facciamo" qualcosa per ottenere un risultato. quindi l'attenzione è sul risultato, non tanto su quello che facciamo per ottenerlo. 

Se devo riempire un bicchiere mi concentro sul bicchiere pieno, non sul gesto che sto compiendo per riempirlo. Siamo valutati per i risultati, ricompensati per i risultati. Così la nostra vita si trasforma in una frenetica ricerca del risultato. Capiamoci: va benissimo puntare al risultato, ci mancherebbe altro. Io sono uno specialista di come bisogna raggiungere i risultati.

Ma riflettiamo su una cosa. Quando siamo proiettati sul risultato, trascuriamo il  mezzo che ci permette di ottenerlo. E quando il mezzo sono i nostri gesti, ecco che trascuriamo i nostri gesti. Ma trascurare i nostri gesti significa considerare noi stessi uno strumento, una macchina. qualcosa di secondario. Un oggetto. Se l'importante è il bicchiere pieno, l'atto di prenderlo, portarlo al rubinetto e riempirlo diventa uno strumento. La nostra mano, la nostra azione perdono dignità di vita. 

Più siamo proiettati sul fine, più diventiamo stressati. Ecco dunque qual è il rimedio per lo stress: concentrarsi sul mezzo. Sì, non sul fine, ma sull'azione in sé. So che questo è contrario con la nostra mentalità efficientista, ma è così. Pur non dimenticando il fine, prova a considerare più importante il mezzo, quando il mezzo sei tu. Vale a dire: se devi riempire il bicchiere concentrati sui tuoi movimenti. Curali. Rendili belli. Amali. In altre parole: dai loro quell'importanza che il nostro modo di vivere gli ha rubato.

Se riuscirai a fare questo, vedrai che risultati. Aumenterà la tua calma, si abbasserà lo stress. Ritroverai energie e motivazioni. Ritroverai il senso di fare le cose. Acquisterai carisma. Ti ricomparirà il sorriso e finalmente capirai quanto è inutile affannarsi per ottenere i risultati.

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domenica 21 giugno 2009

Vuoi accendere? Devi prima spegnere

Come si fa ad accendere il pensiero fresco? Semplice: basta spegnere il televisore.

Il ragionamento è semplice. Lavoriamo tutto il giorno, poi torniamo a casa. E cosa facciamo? Accendiamo il televisore. E siamo i benvenuti nel programma di distruzione del pensiero. Non mi sto riferendo soltanto alla povertà dei programmi della nostra televisione. Mi è bastato stare qualche giorno a Londra per constatare, dando un'occhiata ai programmi televisivi di sera in Hotel, come siamo caduti in basso nel nostro paese.  Mi sto riferendo qui alla tv in generale. Spesso accesa e funzionante in una specie di sottofondo continuo.

La tv accesa di sera blocca la produzione di pensiero fresco, perché fornisce pensiero di plastica, confezionato da qualcun altro. Pensiero distorto, spesso artefatto. Anche nei telegiornali. Pensiero preparato da persone che si arrogano il diritto di dirci come dobbiamo vivere. Alle quali serve la nostra partecipazione, anche apatica, altrimenti non saprebbero cos'altro fare. Alle quali non importa nulla quanto le loro idiozie possano peggiorare la nostra vita.

Spegnere tutto ciò significa migliorarla, la nostra vita. Con la tv spenta in famiglia si ricomincia a parlare, a guardarsi in faccia. Si ricomincia a vivere.

Prova a lasciare spenta la tv. Vedrai come immediatamente si accende il pensiero. E se sentirai uno strano disagio, attenzione: quella è la crisi di astinenza da pensiero di plastica. Se accade, significa che la tua mente è drogata dalla robaccia che le reti trasmettono, di cui puoi tranquillamente fare a meno. Provaci.

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domenica 14 giugno 2009

Sai comprendere il percorso diverso?

Ho comprato un libretto dal titolo: "il metodo antistronzi". Poiché il titolo è accattivante, in molti me lo hanno segnalato ed ero curioso di leggerlo. Non mi è piaciuto per niente. Non ho mai approvato le etichette alle persone, per nessuna ragione al mondo. Ho sempre pensato che non esistono gli stronzi, al massimo può esistere un comportamento che "percepiamo" come stronzo, ma mai la persona lo è nel suo essere.

Chi definiamo "stronzo" è una persona che ha scelto un percorso diverso dal nostro. Segue un processo diverso. Forse vede anche la vita in modo diverso. A noi appare tale perché il suo comportamento crea problemi al nostro modo di essere. Ma la soluzione è semplice.

Anzitutto vediamolo come una persona che sta interpretando la vita in modo diverso, e quindi cerchiamo di capire qual è questo modo. Poi, cerchiamo di capire se il processo che sta seguendo è compatibile con il nostro. Se lo è in qualche modo e la cosa ci interessa, possiamo fare uno sforzo per rendere paralleli i due percorsi o, in qualche modo, modo di collegarli. Se non è compatibile, non c'è dubbio: lasciamolo andare per la sua strada e continuiamo a seguire la nostra.

Non considerare "stronzo" qualcuno prima di avere capito quale percorso sta seguendo. Se farai questo sforzo comincerai a vedere intorno a te persone deboli o per lo meno senza intenzioni negative nei tuoi confronti, in altre parole semplicemente diverse. Troverai una soluzione migliore rispetto a quelle del libretto, e così vivrai meglio anche tu.

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martedì 28 aprile 2009

Scegli gli "Upper"

Mi sono trovato a riflettere sulle persone con le quali, in modalità diverse, mi sono trovato a contatto durante tutti questi anni di vita professionale. In estrema sintesi ognuna può ricadere in due categorie: gli "upper" e i "downer".

Gli "upper" sono coloro che ti sostengono, ti danno una mano, ci sono nel momento del bisogno. Tifano per te.

I "downer" sono tutti gli altri. Si, tutti gli altri, soprattutto quelli che ti mettono i bastoni tra le ruote. Ma non solo. Possono essere "downer" anche coloro che non fanno niente di particolarmente scorretto nei tuoi confronti. Spesso, anzi quasi sempre, i "downer" non fanno proprio niente. Semplicemente, non tifano per te. In situazioni normali non te ne accorgi nemmeno. Sono gentili, magari anche simpatici. Essi sanno perfino mascherarsi da "upper", dichiarandoti amicizia. E magari lì per lì sono anche sinceri.

Ma poi ci sono dei "momenti della verità" in cui si capisce in quale delle due categorie cadono le persone.  I "downer" non si fanno trovare oppure fanno i preziosi, o peggio ti umiliano con la scusa che stanno facendoti un piacere a farti notare ciò che non va bene in te. Gli "upper" gioiscono per i tuoi successi e quando anche solo ipotizzano che tu abbia bisogno ti sostengono. Ti ricordano le tue qualità e ti fanno sentire importante. Ti danno la forza per affrontare le criticità. 

Lascia i "downer" al loro destino e circondati dagli "upper". Se riesci, fai qualcosa in più: ringrazia i tuoi "upper" di essere tali. E magari diventa tu stesso un "upper".

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domenica 12 aprile 2009

Sapresti rinunciare al terzo desiderio?

Ogni sera prima di dormire il mio bambino Andrea (5 anni) mi chiede di raccontargli una storia. Così mi metto lì e praticamente ogni volta la invento sul momento, mischiando cose vere con cose di fantasia. Ieri ne ho tirata fuori una che ha fatto riflettere anche me.

Un bambino di nome Brugi si sveglia di notte per fare la pipì e decide di andare da solo in bagno. Qui trova un ambiente caldo grazie alla stufetta elettrica che il suo papà ha comprato al Brico Center durante la giornata. Ma vede sulla stufetta un piccolo pulsante che i grandi non avevano notato durante il giorno. Lo preme e ne escono prima raggi di luce colorati, poi uno strano personaggio. "Chi sei sei?" chiede Brugi. "Sono il maghetto del termoconvettore" risponde il personaggio. "Puoi esprimere tre desideri e io li farò diventare veri". Brugi è tutto emozionato. Come primo desiderio chiede un'astronave come quella dei "Little Einsteins" (personaggi tv). Questa compare sul balcone di casa e Brugi con il maghetto ci saltano sopra, partendo a razzo. I due viaggiano rapidamente attraverso le città europee, poi Brugi vuole andare più lontano. L'astronave si dirige allora verso l'Africa, e Brugi rimane colpito nel vedere tutti quei bellissimi alberi e quei bellissimi animali. Ma ad un certo punto Brugi si rabbuia, perché vede molta gente povera e molti bimbi che muoiono di fame. Allora, come secondo desiderio, chiede al maghetto acqua e cibo per tutti. Immediatamente dalla terra arida escono fontane e meravigliosi alberi da frutto. I bambini sono felici e Brugi anche. Ma si accorge che nel frattempo l'astronave è scomparsa. "E' ovvio", interviene il maghetto, aggiungendo un'informazione che prima non aveva dato. "Quando esprimi un nuovo desiderio, quello precedente si annulla". Brugi è nei guai, perché come terzo desiderio vorrebbe tornare a casa, ma se lo formulasse i bimbi perderebbero acqua e cibo. Dopo un po' di indecisione, decide di non esprimerlo. Però pensa con tristezza "non vedrò più i miei genitori..." Dopo un po' vede arrivare dei camion di una spedizione che nota subito il bimbo disperato. "Noi stiamo tornando nella tua città, ti portiamo noi in aereo!" Brugi è felice, ed in compagnia del maghetto riesce a tornare a casa prima dell'alba. A casa sua tutti stanno ancora dormendo e nessuno si è accorto che nel frattempo lui era volato via. Brugi si dirige verso il suo lettino, ed il maghetto verso la stufetta elettrica. Ma prima di salutare Brugi, il maghetto dice: "ricordati che hai ancora un terzo desiderio da esprimere". Brugi ci pensa un po' su e risponde: "grazie maghetto, sei veramente gentile ma penso che il terzo desiderio... non lo esprimerò mai." I due si salutano e Brugi torna a dormire sorridente, pensando ai bambini che continueranno ad avere l'acqua e i frutti.

Ad Andrea la storia è piaciuta molto, mi ha detto che Brugi ha fatto molto bene a non esprimere il terzo desiderio e che lui avrebbe fatto la stessa cosa al suo posto.

E noi? Siamo capaci di non realizzare qualcosa che piacerebbe a noi quando questa non permetterebbe ad altri di avere qualcosa di importante? Sappiamo rinunciare al terzo desiderio?

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domenica 5 aprile 2009

E se l'avessi voluto tu?

Questa  volta ti voglio suggerire un gioco da fare tutte le volte che non sei contento di qualcosa e ti viene voglia di lamentarti di una situazione, di una persona, di un periodo della tua vita. E' il gioco del "e se l'avessi voluto io?".

Il gioco è semplice. Ti lasci sfogare contro ciò che non va bene. Poi subito dopo ti chiedi: "e se tutto ciò l'avessi voluto io?". E cerchi di trovare una risposta. 

Nella maggior parte delle situazioni difficili, noi tendiamo a subire gli eventi. Quando subiamo gli eventi tutto sembra negativo. Con questo gioco invece sperimentiamo una sensazione insolita: ipotizziamo che un evento, anche negativo, possa dipendere dalla nostra volontà. Noi non facciamo nulla senza uno scopo, ed ecco la magìa: come pensiamo di avere voluto noi qualcosa e non di subirla, subito ne andiamo ad individuare i lati positivi, le potenzialità, le opportunità. 

Mi trovavo davanti ad un gruppo di manager incattiviti dalla crisi economica. Ho pensato allora di giocare a "se l'avessi voluto io?". Ho detto loro: facciamo un gioco. Immaginiamo che la crisi ce la siamo cercata noi. Quale potrebbe essere il motivo? Dopo un attimo di smarrimento, sono arrivate risposte del tipo: "per cambiare il nostro modo di lavorare"; "per guardare ai valori più veri"; "per sprecare meno risorse"... e così via. 

Prova a giocare. Prova a pensare che qualsiasi situazione te la sia cercata apposta. Prova a pensare che le persone con cui lavori e con cui vivi te le sia scelte tu. Prova ad immaginare che qualsiasi errore, svista, rogna siano in realtà frutto di una tua decisione. Vedrai come cambieranno il tuo stato d'animo ed il tuo comportamento. Trasformerai una situazione persa in opportunità.


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domenica 15 marzo 2009

Sai tornare all'inizio dell'anno?

La maggior parte delle persone inizia l'anno facendo un sacco di buoni propositi. Probabilmente anche tu ti sei ripromesso di cambiare alcune cose della tua vita. Poi... che succede? Basta qualche settimana e tutto ritorna come prima.

Siamo in marzo. Sono già passati quasi tre mesi. Come stai andando con gli impegni che avevi preso con te stesso? Te li ricordi, almeno? 

Nella maggior parte dei casi lo slancio di inizio anno si perde. Perché? Per due motivi. Prima di tutto, formuliamo male gli obiettivi. O li esprimiamo in termini vaghi ("voglio migliorare", "voglio che sia l'anno giusto") o ce ne diamo troppi ("devo cambiare il mio modo di fare, aumentare le mie entrate, diventare più competente nel mio lavoro, migliorare il mio fisico... ". 

Il secondo motivo è che non li scriviamo. Scrivere i propri obiettivi ci spinge a chiarirci le idee e a fare un atto con noi stessi. CIò che è scritto parla al nostro "io" profondo ed ha più probabilità di avverarsi, perché le parole su carta hanno un significato di realtà immensamente più alto rispetto a quelle solo pensate.

Avanti, dunque. Sei ancora in tempo, anzi questo è il  momento giusto perché privo dei facili e spesso effimeri entusiasmi di inizio anno. Prendi un quadernetto e riscrivi gli obiettivi (o, meglio, un solo importante obiettivo) che ti sei dato all'inizio dell'anno. Oppure scrivine di nuovi per la prima volta, se non te ne eri posti. E porta il quadernetto con te per verificarne lo stato di avanzamento e segnare le azioni correttive... solo così potrai vedere i tuoi proprositi realizzarsi.






sabato 31 gennaio 2009

Una doccia calda all'anno!

Oggi ho ricevuto questo SMS da Valeria, la mia sorellina (per un fratello è sempre tale) che  in Germania insegna in una scuola: "Buon compleanno fratellone! Visto che qui quando un bambino compie gli anni gli fanno la "Warme Dusche" doccia calda, ognuno dice qualcosa che gli piace di lui, lo faccio con te: mi piace la grinta che metti nel tuo lavoro e ammiro l'impresa grande che sei riuscito a creare! Un bacione."

Bello no? Io sono sempre stato un convinto assertore della doccia gelata (metaforico!), vedi anche il post "acqua fredda sulle idee" di qualche mese fa. Vale a dire: cerca di metterti sempre in discussione, individua le cose che devono essere migliorate, non riposarti sugli allori.

Ma questa storia della doccia calda il giorno del compleanno mi piace da matti. Un giorno, almeno un giorno, fermiamoci a vedere ciò che ci piace di noi, scopriamo cosa piace di noi agli altri, apprezziamo quello che abbiamo saputo fare. Almeno un giorno facciamoci solo i complimenti e guardiamo tutto quello che abbiamo di positivo.

Poi, dal giorno dopo, si ripartirà con le docce fredde... ma la doccia calda ci rimarrà dentro come una carica di energia. Se scopro il giorno del vostro compleanno siete avvertiti: d'ora in poi da me insieme agli auguri vi arriverà anche la warme dusche.


(C) Diego Agostini/Commitment 2009 - All Rights Reserved

giovedì 1 gennaio 2009

La sappiamo prendere?

video

Guardate questo video... C'è Filippo, il mio bimbo piccolo, che cerca di prendere una bottiglietta d'acqua. Fa degli sforzi incredibili... Per un po' tutto va per il verso giusto: il piccolo si avvicina spingendosi sulle gambine e allunga il braccio. Ma poi quando la bottiglia è lì, a portata di mano, gli dà un altro colpo spingendola più avanti, vanificando così tutto il lavoro fatto.

Perché Filippo non riesce a prendere la bottiglietta? Perché ciò che ha funzionato per avvicinarla non funziona per prenderla, ed è proprio quello che la fa allontanare.

E ora veniamo alla domanda: la sappiamo prendere? E' ovvio che si... se pensiamo alla bottiglietta. Ma se invece di "bottiglietta" ci mettiamo la parola "felicità" le cose cambiano. Riflettete: ci comportiamo esattamente come Filippo. Facciamo sforzi incredibili per raggiungere la felicità... ma questa ci sfugge all'ultimo momento.

Perfché? Per lo stesso motivo per cui Filippo non riesce a prendere la bottiglietta. La strategia che ci porta vicino alla flicità non è la stessa che ci permette di afferrarla. Durante le vacanze di Natale ho visto un sacco di gente tesa. Gente che ha lavorato duramente e con efficienza per arrivare alle meritate vacanze (avvicinamento con il braccio) ma poi ha continuato con la stessa strategia durante la vacanza (allontanamento della bottiglia). Per esempio, ho incontrato un tizio che cronometrava gli impianti di risalita delle piste da sci per fare più discese, con la stessa efficienza del lavoro: non è il colpo di braccio di Filippo? La sua felicità si sposta più in là.

Dobbiamo imparare a cambiare strategia, e capire che ciò che allontana la felicità è proprio il tentativo che facciamo per avvicinarla. Cosa deve fare Filippo? Fermare il braccio ed aprire la mano: esattamente il contrario di ciò che tenta di fare! anche noi dobbiamo fare così. Afferreremo la felicità solo se faremo il contrario di ciò che ci ha permesso di avvicinarla. altrimenti la sposteremo più avanti.

Filippo impiegherà qualche settimana per afferrare la bottiglietta corretamente. E noi saremo altrettanto bravi? Diamoci un anno di tempo per fare i nostri tentativi. Auguri per un felice 2009.


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